OVIDIO DALLA CITTA’ DEI CONFETTI ALLA NOSTALGIA PER LA SICILIA

di Franco Pasquale

Statua Di Ovidio

Sulmona, in provincia de L ’Aquila, nel cuore della Valle Peligna, è nota soprattutto per i suoi confetti, sostantivo che sembra derivare dal latino conficiere, cioè “confezionare”. Già al tempo di Roma antica, infatti, in occasione di nascite e matrimoni si usava offrire agli ospiti delle confetture per lo più di frutta secca e miele.

Solo a partire dal XV secolo, però, nel monastero di Santa Chiara, a Sulmona, le religiose iniziarono la prima vera produzione del confetto sulmonese, fino a che nel 1783, Bernardino Pelino fondò la prima fabbrica di confetti ad Introdacqua, a poco più di 7 km da Sulmona.

Giunta ormai alla settima generazione, la Pelino è sinonimo di confetti in tutto il mondo, tanto che, per fare solo qualche esempio, fra i committenti più celebri c’è stata anche la Casa Reale inglese, sia nel matrimonio di Carlo e Diana, sia in quello di William e Kate.

Ma, per riportare una informazione corretta, è giusto precisare che, se la Pelino è certamente la ditta più famoso nel mondo in questo genere di produzione, ce ne sono altre, meno note, a Sulmona, ma con prodotti di ottima fattura e qualità, come ad esempio la ditta Di Carlo.

E un’altra fabbrica, invece, ha scelto un nome classico ed altisonante: Confetti Ovidio, rendendo così omaggio a Publio Ovidio Nasone che nacque proprio a Sulmona il 20 marzo del 43 a.C..

Ovidio, come è universalmente noto, fu uno dei maggiori poeti e letterati latini, con le sue Metamorfosi, gli Amores, l’Ars amatoria, Le epistole dal Ponto e tante altre opere, tra cui una Medea andata perduta.

Poichè, in questa sede, quando è possibile, cerchiamo sempre qualche riferimento che colleghi i personaggi di cui trattiamo con la Sicilia, vogliamo soffermarci sulla presenza di Ovidio nell’isola, cui lo stesso autore fa esplicito riferimento nella decima elegia del secondo libro delle Epistole dal Ponto, sul mar Nero, dove era stato inviato in esilio da Augusto che lo accusò, a torto o a ragione, di condotta disdicevole e libertina a danno o in combutta con i suoi più stretti familiari.

La lettera di che trattasi è indirizzata all’amico Pompeo Macro e rievoca, non senza nostalgia, quel viaggio fatto quando ancora dodicenne, potè contemplare “il cielo risplendente per la fiamma dell’Etna, che il gigante che sta sotto il monte vomita dalla sua bocca, il lago di Enna e le paludi fetide del Palico, e dove l’Anapo unisce le sue acque a quelle del Ciane. Non lontano di lì – prosegue Ovidio – è la ninfa che, mentre fugge il fiume dell’Elide, corre celata ancora oggi sotto l’acqua del mare” .

La permanenza del poeta in Sicilia durò circa un anno e in questo arco di tempo ebbe modo di girare e conoscere a fondo l’isola, i suoi luoghi e i suoi miti.

E, da artista maturo, non potè fare a meno di rielaborare tali miti nell’opera Metamorfosi e nelle elegie dell’esilio.

Significativo, ad esempio, il IV libro dei Fasti dove narra il ratto di Proserpina e la ricerca disperata che Cerere fa della figlia:

Anche da questi pochi esempi (non di più ci è consentito in un breve articolo) appare chiaro che dall’esilio a Tomis, l’odierna Costanza, in Romania, la Sicilia, bella e lontana, gli appare un luogo ideale in cui vivere, nel cuore del Mediterraneo.

«La dea si lascia dietro nella sua corsa Leontini e il fiume Amenano e le rive erbose dell’Aci; oltrepassa il Ciane e le sorgenti del placido Anapo ed il Gela vorticoso e inguadabile. Attraversa Ortigia, Megara, il Pantagia, le foci del Simeto, gli antri dei Ciclopi arsi dalle fornaci, e la città che ha foggia e nome di una falce ricurva. E Imera e Didime e Agrigento e Taormina e il Mela dai grassi pascoli delle vacche sacre. Va poi a Camarina, a Tapso, all’eloria Tempe, all’Erice sempre aperto agli zefiri. Già aveva visitato il Peloro, il Lilibeo, il Pachino …».

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